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Economia e Società

Superare il refugee gap. Sistemi di accoglienza per i rifugiati e difficoltà di inserimento lavorativo

Il tasso di occupazione dei migranti è calato negli ultimi dieci anni, non solo per effetto della crisi e della pandemia. In uno studio relativo alla provincia di Alessandria i ricercatori hanno rilevato come la vita nei centri di accoglienza possa essere un ostacolo oggettivo per la ricerca di un impiego e, di conseguenza, per l'integrazione sociale.

Autore Michael Eve

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Superare il refugee gap
Superare il refugee gap

I migranti arrivati in Italia negli ultimi anni sembrano trovare maggiore difficoltà a trovare un lavoro stabile rispetto alla maggior parte delle persone arrivate in decenni precedenti, situazione che non sembra dovuta solo alle difficoltà di uscire dalla crisi post-2008 o dalla pandemia. Data questa situazione, va ricordato che gran parte dei migranti arrivati negli ultimi anni sono venuti come richiedenti asilo. Questo è pertinente perché la ricerca internazionale ha documentato in diversi paesi occidentali un refugee gap ossia un tasso di occupazione più basso tra i rifugiati e richiedenti asilo – anche diversi anni dopo l’arrivo nel paese di accoglienza – rispetto ad altri migranti (Bakker, Dagevos, Engbersen 2017). Questa maggiore difficoltà di entrare nel mercato del lavoro non sembra dovuta a caratteristiche individuali come l’età, il sesso o il livello d’istruzione (infatti gran parte degli studi trovano un refugee gap anche controllando fattori del genere). Non sembra dovuto nemmeno alla regione di provenienza dei profughi e neppure al livello di disoccupazione del paese di arrivo (Fasani, Frattini, Minale 2017). Sembra quindi possibile che lo svantaggio sia legato al percorso migratorio specifico dei richiedenti asilo. Nei paesi occidentali (dove arrivano una piccola minoranza dei profughi), fa parte di questa specificità il fatto di passare attraverso un percorso burocratico di richiesta d’asilo, e di solito, un soggiorno – spesso di uno o più anni – in un centro di accoglienza.

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Rifugiati

Rifugiati Idomeni (Grecia), 24 Settembre 2015: centinaia di immigrati sono in attesa al confine tra la Grecia e la FYROM in attesa del momento giusto per continuare il loro viaggio da passaggi incustoditi

La ricerca Migr.al, un progetto finanziato con fondi europei FAMI (Fondo asilo, migrazione e integrazione) e svoltosi tra il 2017 e il 2019, aiuta a capire alcuni dei meccanismi sociali in gioco. Migr.al ha fornito mediazione culturale e altri servizi per migranti nella provincia di Alessandria, ma una parte del progetto era dedicata all’individuazione di criticità e punti di forza dei Centri di accoglienza straordinaria (CAS) della provincia e del sistema di accoglienza in generale. La focalizzazione non era tanto sugli abusi di singoli gestori CAS come quelli rilevati dalla cronaca nazionale ma piuttosto sul funzionamento del sistema in sé e la sua capacità di realizzare gli obiettivi enunciati. Così ci siamo interrogati sugli effetti che un sistema di accoglienza organizzata in un determinato modo può avere sulle vite dei richiedenti asilo e rifugiati, anche dopo l’uscita dai centri.

Le interviste con operatori e ospiti dei CAS e la lettura dei verbali delle ispezioni e dei rapporti mensili inviati dagli enti gestori hanno rivelato molte criticità, per esempio rispetto all’efficacia del monitoraggio dei centri o rispetto alla formazione degli operatori di alcuni centri (che spesso non avevano mai svolto un lavoro in questo campo). Vorrei, tuttavia, focalizzare l’attenzione su aspetti del sistema di accoglienza che possono aver inciso sull’inserimento lavorativo. Il lavoro, infatti, è centrale per la realizzazione dell’autonomia che i sistemi di accoglienza, in Italia come in altri paesi, prevedono come obiettivo centrale (Eve, Perino 2018; OECD 2016). È centrale anche per i migranti stessi. Il fatto di non trovare lavoro e quindi di non poter mandare rimesse al luogo di origine è una fonte di stress notevole per molti migranti. In alcuni casi parenti o persone che avevano prestato soldi al migrante esercitano pressioni, ma anche se sono assenti il fatto di essere bloccati nel proprio progetto migratorio è sentito come un’esperienza assai frustrante. Anche nell’alessandrino gli operatori dei CAS hanno fatto notare che per alcune persone il sentimento di vivere “vite sospese” (Baracco 2018) può sfociare in preoccupazioni per la salute, depressione o addirittura in veri e propri sintomi psichiatrici. Andrebbe riconosciuto che un periodo di “vita sospesa” è intrinseca a sistemi di accoglienza che si danno il compito di distinguere tra titolari di protezione e “migranti economici”. E sembra che la lunghezza della durata di questi “tempi morti” abbia effetti sulla probabilità di essere occupato anche dopo l’uscita dal sistema (Bakker, Dagevos, Engbersen 2015; Hainmueller, Hangartner, Lawrence 2016).

Per capire bene l’effetto che un sistema di accoglienza può avere sull’inserimento lavorativo bisogna ricordare che esso fornisce supporto e accompagnamento ma che, allo stesso tempo, esercita controllo e dirige il richiedente asilo in determinati percorsi. Per esempio, il sistema manda il migrante in una determinata località che può offrire molte opportunità lavorative, poche o, addirittura, nessuna (cfr. Edin, Fredrikkson, Åslund 2004 e Åslund, Rooth 2007 per l’effetto delle politiche di distribuzione geografica dei richiedenti asilo sul tasso di occupazione). La distribuzione geografica dei centri di accoglienza è spesso determinata da criteri politici di burden-sharing o dalla semplice disponibilità, senza riguardo alle possibilità di impiego. Alcuni CAS nella provincia di Alessandria, come in altre province italiane, erano collocati in località dove c’è pochissima attività economica. In molti casi, anche i trasporti pubblici erano molto scarsi, rendendo difficile o impossibile che un migrante cercasse un lavoro in un altro luogo.

Quindi il fatto di vivere in un centro di accoglienza dà al richiedente asilo l’accesso ai servizi offerti dal sistema, ma lo tiene costretto in un determinato luogo (gli ospiti possono allontanarsi dal centro solo per brevissimi periodi e con permesso se non vogliono perdere il posto) e tende a limitare i contatti che potrebbero portare a opportunità lavorative. Tra le persone che abitavano nei CAS alessandrini, qualcuno sosteneva di conoscere possibilità di lavoro in un’altra regione d’Italia, dove però non poteva andare senza abbandonare il posto nel centro d’accoglienza.

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Statua migranti in Vaticano

Angels Unawares (Angeli Inconsapevoli) Particolare della scultura dell'artista canadese Timothy P. Schmalz intitolata Angels Unawares (Angeli Inconsapevoli); la statua ritrae migranti di ogni etnia ed epoca su un barcone ed è stata installata in Piazza San Pietro, in Vaticano, in occasione de © 123rf.com/UNIUPO

Diversi aspetti dell’organizzazione di un sistema di accoglienza possono avere effetti che indirettamente incidono sull’inserimento lavorativo, per esempio perché forniscono occasioni maggiori o minori all’uso della lingua locale. Sembra possibile che sia significativa la sistemazione in un centro piuttosto che in una famiglia, ma anche le dimensioni di un centro e la sistemazione in alloggi sparsi piuttosto che in un singolo edificio contano. Un punto di forza di alcuni CAS in provincia di Alessandria era il collocamento dei richiedenti asilo in appartamenti condivisi da quattro o cinque persone che gestivano l’appartamento tra loro, comprando il cibo e cucinandolo, sistema che forniva piccoli contatti linguistici con i commercianti. Nel caso di organizzazione in centri più grossi invece, dove in alcuni casi un’azienda esterna organizza una mensa, simili contatti non esistono. Più in generale, i centri grossi sembrano dare poca autonomia nell’organizzazione della vita quotidiana.

Non voglio sostenere, chiaramente, che sono solo aspetti dell’organizzazione di un sistema di accoglienza a determinare il refugee gap: diversi fattori sono in gioco. Probabilmente è importante la rete sociale del richiedente asilo (Eve, Perino 2018; IRES Piemonte 2021). La rilevazione sulle forze di lavoro in Italia, come simili indagini altrove, mostra che la maggioranza dei migranti ha trovato l’attuale posto di lavoro tramite un parente, amico o conoscente. È cruciale quindi che tra le persone arrivate come richiedenti asilo quasi nessuno avesse parenti in Italia. Diverse persone incontrate durante la ricerca Migr.al avevano parenti in un altro stato europeo e sognavano di poter raggiungerli e lavorare lì, ma siccome avevano fatto domanda di asilo in Italia potevano avere un permesso di soggiorno solo in Italia: avrebbero potuto lavorare in Germania o in Svezia solo senza documenti. Così mentre gran parte dei migranti arrivano in una determinata città perché hanno parenti che gli dicono che in quella località è possibile trovare lavoro, magari anche presentandoli a un datore di lavoro, questo è molto meno probabile per i profughi. È significativo che diverse persone abbiano dichiarato esplicitamente che ‘non volevano venire in Italia’, ma che volevano raggiungere ‘l’Europa’ o semplicemente uscire da situazioni violente in Libia.

In ogni caso, che si tratti dell’organizzazione del sistema di accoglienza, delle reti sociali o di altro, sembra probabile che le specificità del percorso migratorio dei richiedenti asilo, abbia effetti sulla possibilità di trovare lavoro. Migr.al ha previsto la forte precarietà lavorativa e abitativa di molte persone uscite dai centri di accoglienza, che si è effettivamente verificata.

Bibliografia

Åslund O., Rooth D.-O. (2007) Do when and where matter? Initial labour market conditions and immigrant earnings, “Economic Journal”, 117(518), pp. 422–448.

Bakker L., Dagevos J., Engbersen G. (2015) The importance of resources and security in the socio-economic integration of refugees. A study on the impact of length of stay in asylum accommodation and residence status on socio-economic integration for the four largest refugee groups in the Netherlands, “Journal of International Migration and Integration”, 15 (3): 431-48.

Bakker L., Dagevos J., Engbersen G. (2017) Explaining the refugee gap: a longitudinal study of labour market participation in the Netherlands, “Journal of Ethnic and Migration Studies”, 43 (11):1775-1795.

Baracco M. (2016) Vite sospese. Relazione fra operatori e richiedenti asilo. Studio etnografico sul Centro d’Accoglienza straordinaria di Trapani, Melting Pot Paper.

Edin P., Fredrikkson P., Åslund O. (2004) Settlement Policies and the Economic Success of Immigrants, “Journal of Population Economics”, 17, 1, 133-155.

Eve M., Perino M. (2018) Quale autonomia dopo l’uscita dai percorsi di accoglienza? in Henry G. (a cura di) L’inserimento sociale e lavorativo dei richiedenti asilo e titolari di protezione in Piemonte.

Fasani F., Frattini T., Minale L. (2017) The (Struggle for) Labour Market Integration of Refugees: Evidence from European Countries, CReAM Discussion Paper 16/17, www.cream-migration.org.

Hainmueller J., Hangartner D., Lawrence D. (2016) When lives are put on hold. Lengthy asylum processes decrease employment among refugees, “Science Advances”, 2 (8): e1600432.

IRES Piemonte (2021) L’inserimento lavorativo dei rifugiati in Piemonte.

OECD (2016). OECD Regional Outlook 2016. OECD Publishing.

    Ultima modifica 8 Agosto 2023